Nella Bibbia il primo a fare una domanda è il serpente. E non è una domanda innocente. Nel giardino, colui che era “il più astuto di tutti gli animali”, non comincia con un’affermazione, ma chiede: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Una domanda ben piazzata può insinuare un sospetto, deformare ciò che hai ricevuto, farti dubitare di chi ti vuole bene. Le domande non sono mai neutre: c’è chi le usa per manipolarci.
Poco dopo, però, ne arriva un’altra, di tutt’altro genere. Adamo – scopertosi improvvisamente nudo dopo il peccato – si nasconde, e Dio per chiamarlo usa proprio una domanda: «Dove sei?». Dio non ha bisogno di coordinate, quella che chiede è la geolocalizzazione esistenziale. Non vuole sapere dove sei sulla mappa, ma a che punto sei di te, della tua vita, delle tue scelte.
Due domande, due direzioni opposte: una ti confonde, l’altra ti ritrova.
Gesù conosce bene questa differenza, per questo spesso risponde alle domande facendo altre domande. Ai genitori che lo cercano angosciati: «Perché mi cercavate?». Ai due che lo seguono: «Che cosa cercate?». E a Pilato, quando gli chiede se lui è re: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?».
Lo stesso Pilato, davanti alla menzione che Gesù fa della verità, chiede: «Che cos’è la verità?», ma poi si volta e se ne va senza la pazienza di aspettare. Perché a volte possiamo azzeccare la domanda ma non avere il coraggio di stare ad ascoltare la risposta, perché è troppo lenta, troppo dura o troppo diversa dalle nostre aspettative.
Noi e le domande
E noi? Quando hai vent’anni le domande arrivano da tutte le parti. Quelle degli altri: cosa farai, chi sei, dove vuoi arrivare. E poi le nostre, quelle che escono la notte, quando il rumore si spegne.
Non sono le domande per risolvere un giochetto logico come quel famoso indovinello delle due porte, dove devi – con una sola domanda – smascherare senza errore chi sta mentendo.
Il fatto è che noi siamo spesso un rompicapo a noi stessi. Un groviglio complesso e misterioso che accende una domanda di senso profonda. Ancor di più quando ti senti un po’ rotto e ti chiedi perché ti è successo questo, qual è la radice delle tue crisi e come si fa a ripararsi.
L’afflato esistenziale di un giovane di oggi incrocia due slanci di senso: da una parte c’è la tensione a raggiungere un’identità, a diventare qualcuno. Dall’altra il desiderio di evadere da un’identità che opprime, da schemi preconfezionati che non hai scelto, da un copione scritto da altri. Vuoi sentire la vita, non solo recitarla. Guardini dava a queste tensioni il volto di Kierkegaard e quello di Nietzsche. L’angoscia per arrivare al fondo abissale di sé, il delirio folle per creare da sé un mondo nuovo dopo il frantumarsi nichilista di tutti i valori.
Domande e libertà
Viktor Frankl, che i suoi interrogativi li ha maturati nell’inferno di Auschwitz, propone una svolta radicale. Smetti di chiedere alla vita: «Che senso hai?». È la vita a chiedere a te: «Che senso ho?». Non sei uno spettatore che aspetta una risposta dall’alto: le risposte che vengono da fuori devono sempre incontrare la tua scelta di senso, la tua decisione su ciò che “vale la pena”.
Questo ribaltamento ha una conseguenza concreta: la domanda di senso diventa scelta, e la scelta è il luogo della libertà.
Ma per scegliere bene devi sapere cosa vuoi davvero. Non ciò che ti piace per un’ora, né ciò che ti hanno detto di volere: i desideri epidermici, quelli da vetrina, sono quelli che ti tradiscono. Davanti a una bancarella che offre di tutto bisogna distinguere ciò che vuoi da ciò di cui hai davvero bisogno. È il want e il need che ogni buon sceneggiatore sa di dover mettere a fuoco per i suoi protagonisti. E la potenza di molte grandi storie viene proprio dal rapporto che queste due componenti hanno nel cuore dei personaggi. Ma il vero desiderio ha un prezzo, ed è proprio questo che rende una storia – la nostra storia – interessante.
Ginnastica del desiderio
Se scaviamo abbastanza, sotto i tanti desideri che abitano nel nostro cuore ne troveremo uno solo: decisivo, profondo, radicale. È il desiderio di Dio. Agostino lo sapeva: Dio – spiegava – ci fa attendere perché il desiderio dilati l’animo, come si allarga un otre prima di riempirlo. La vita diventa allora una ginnastica del desiderio. Ma se vuoi essere riempito di miele – continua Agostino – devi prima liberarti dall’aceto: la vanità, le finzioni, ciò che ti riempie senza nutrirti. Pulire il vaso costa fatica, ma è l’unico modo per essere pronti.
Alla fine di tante domande, allora, forse la più importante è proprio quella finale: cosa desidero veramente? Non cercare una risposta veloce. Lasciala lavorare. Perché a chi desidera davvero, la risposta del Bene, il Senso ultimo che dà direzione a ogni azione, non manca di arrivare.