don Luigi Vassallo

Lettera da Gerusalemme

Caro Gesù,
lascia che ti scriva due righe, ora che le lettere non le scrive più nessuno, per darti notizie da questa città santa. Qui il tuo ricordo aleggia misterioso sulle pietre, i tetti e le cupole,  come i profumi d’oriente che aleggiano nelle chiese e l’odore intenso delle spezie che formano montagne di polveri variopinte nelle botteghe del suq. 

Il tempo è bello: sole splendente che scalda un po’, ma la sera rinfresca e in generale è ventilato. Oggi pomeriggio sul Monte degli Ulivi tirava un vento teso e vibrante e ho pensato, abbracciando in uno sguardo la città, che vorrei che questo vento gonfiasse anche la mia vela nella navigazione verso di Te.

I missili – per ora – sembrano tacere, ma la situazione generale non è buona per nulla. La situazione del mondo, intendo, di quel mondo le cui contraddizioni Gerusalemme sembra rispecchiare così nitidamente. Non c’è da nessun’altra parte una città così complessa e tormentata, circondata da muri per difendersi da chissà quale assedio, in un equilibrio precario che sembra sempre sul punto di precipitare, eppure sembra destinato a rimanere eterno. È come il compromesso di sopravvivenza di chi aspetta la fine del mondo, che verrà a risolvere tutto. La continua ricerca di identità di una umanità che si guarda allo specchio e si chiede: chi sono?

Per dire chi siamo – per dirlo a noi stessi in primo luogo, per rassicurarci sulla nostra malferma posizione – alziamo la voce, calchiamo la penna sul foglio dove stiamo scrivendo il nostro nome.  Qui la gente alza la voce facilmente, le macchine strombazzano ad ogni incrocio. Lo struggente canto dei muezzin si sovrappone alle campane. Nel Santo Sepolcro i francescani e gli armeni elevano contemporaneamente al cielo i loro canti, bellissimi entrambi, ma dissonanti se uditi insieme.

Gli uomini pensano che se parlano più forte degli altri avranno ragione, che chi sembra più deciso sarà anche più rispettato, che il mondo deve credere alla storia che racconteranno loro. E il coro di queste storie raccontate, gridate ad alta voce, diventa un frastuono caotico in cui ognuno si sente autorizzato, in nome della sua storia, del suo dolore, ad imporre la sua visione. Ma non facciamo i conti con Te.

Gerusalemme è piena di gatti, che si aggirano affamati per la città vecchia, silenziosi e timidi. Non so se anche loro si dividano in musulmani, ebrei e cristiani, ma sembrano guardarti sempre con diffidenza. Ti cercano nella speranza di cibo, ti scrutano da lontano, ti studiano. Se dai loro da mangiare, se lo prendono, poi se ne vanno e ti dimenticano.

Mi piacerebbe rimettere i piedi dove li hai messi Tu, come quando in un museo o in un parco ti segnalano con le orme il punto dove devi collocarti per vedere dall’angolatura giusta quel che c’è da ammirare. Vorrei trovare le tue orme segnalate, per collocarmi lì e guardare… e capire.

Capire cosa hai visto quanto sei venuto qui, nel momento culminante della tua vita, cosa cercavi, cosa ti aspettavi, cosa hai trovato. Questa città è stata il tuo più grande sogno, la tua più grande delusione, il tuo desiderio più profondo, il tuo amore e il tuo destino di morte. Gerusalemme è stata la tua risurrezione, e per questo può essere la nostra. Come faremo a far sì che lo diventi? Come potremo trovare risurrezione in questa città della pace continuamente immersa nella guerra? A un passo da violenze inaccettabili, da lacerazioni di senso che non smettono di interrogare la nostra umanità?

«Gerusalemme Gerusalemme…». Come una cantilena il tuo lamento, Gesù, risuona nel cuore di ciascuno di noi. È un “ma perché non capisci?”. Ma perché siamo così scemi, chiedo a me stesso. E intanto Gerusalemme continua a risplendere sotto i miei piedi, bambini ignari di tanta tormentata storia continuano a correre e giocare nei vicoli della Via Dolorosa, tra negozi di caramelle, soldati col mitra, francescani affaticati e frettolosi rabbini di passaggio.

Quando raggiungiamo il cuore di queste pietre sacre, il cuore di una storia, tra la certezza di un’autenticità e le discussioni archeologiche sul punto esatto e sul modo esatto, il dove il come e il quando lasciano il posto al “perché”. È la domanda di ogni pellegrino, che arriva in fondo e si chiede il motivo che ha guidato Dio nell’abissale avventura della redenzione. Il motivo che ha guidato me fino a questi luoghi, il motivo che mi guiderà ancora fuori da questa tomba, verso casa, verso i confini del mondo a cui solo la fede, la speranza e  l’amore permettono di arrivare.