Ecco la trascrizione di una meditazione dedicata al tema del battesimo, che fa di ogni cristiano un figlio, un sacerdote, un missionario.
Questo è un tempo di silenzio, un tempo per pregare, soprattutto per questo: pregare. Non solo un silenzio tipo mindfulness, una specie di relax mentale: No. È un tempo proprio per alimentare, nel silenzio, il dialogo con Dio.
Noi ne abbiamo bisogno, Signore. Noi abbiamo bisogno di avere un tempo per dialogare con Te e alimentare dentro di noi i fondamenti della nostra fede, nei quali andiamo procedendo a poco a poco. Ognuno di noi ha la sua storia, la sua formazione, le sue lacune intellettuali riguardo al Cristianesimo, oppure la sua iper-preparazione, ma magari ha le sue lacune spirituali, le sue ferite, le sue storie.
Però, se noi andassimo un po’ alla radice, alla base, all’origine di tutto questo, ecco, io vi propongo di collocarvi mentalmente nel momento, nel giorno del vostro battesimo. E in primo luogo, la domanda è: tu sai in che giorno sei stato battezzato? Conosci la data del tuo battesimo? Sai in che chiesa sei stato battezzato? Come si chiamava il prete che ti ha battezzato? Hai una foto del tuo battesimo? Cosa ricordi? Di quello che ti hanno raccontato riguardo a quel giorno? Probabilmente nessuno di noi ricorda quel giorno, però cosa ci hanno raccontato? Cos’è successo?
Io del mio battesimo ho solo il certificato, che mi hanno chiesto per l’ordinazione sacerdotale. Quindi so la data. Cosa è successo quel giorno?
Forse a volte partecipiamo a pochi battesimi, ma magari quelli di voi che avete figli avete vissuto quelli dei vostri figli. Io recentemente ho battezzato uno dei miei nipoti, che ha tre fratelli più grandi di lui. E quando eravamo al fonte, a un certo punto qualcuno ha detto: “Bambini, andate anche voi”. E quindi i tre fratelli più grandi sono accorsi tutti al fonte, si sono praticamente arrampicati, perché tutti volevano vedere da vicino che cosa succedeva. Erano tutti abbarbicati su questo fonte, mentre quel piccolo bambino riceveva l’acqua sulla testa.
Che cosa accade? Che cosa accade nel momento in cui veniamo battezzati?
I pellegrinaggi in Terra Santa spesso passano dal Giordano, e lì c’è spesso un momento di commemorazione del battesimo, che di solito ha due momenti: un momento di ricordo, di rinnovo delle promesse battesimali – “credo, credo, credo… rinunzio, rinunzio, rinunzio” – e poi un momento più fisico, in cui si va giù nell’acqua e si riceve l’acqua sulla testa, con diverse reazioni, con diversi atteggiamenti, e i preti dicono cose diverse.
Io di solito dico: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato”. È la frase del Salmo numero 2, in cui Dio Padre dice al Messia: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedimi, ti darò in possesso le genti e in eredità tutti i confini della terra. Li schiaccerai con scettro di ferro, come vasi di argilla li frantumerai”.
C’è anche una certa tonalità guerrafondaia, ma va letta nel contesto dell’Antico Testamento, nel contesto di un salmo regale, in un tempo in cui essere re significava tendenzialmente poter schiacciare gli altri popoli. Però ci fa capire: Dio dice “tu sei mio figlio, tu fai quello che vuoi, perché sei mio figlio. Nessuno ti può tener testa. Nessuno ti può mettere i piedi sulla testa, perché tu sei mio figlio”.
San Josemaría parlava spesso in questi termini ai suoi figli spirituali, per rinfocolare interiormente la filiazione divina. A un certo punto un ragazzo, uno studente universitario, gli disse che camminava in mezzo al campus universitario impettito, pensando: “Sono figlio di Dio”. Con un senso di orgoglio. E lui racconta di aver consigliato a questo suo figlio di fomentare questo orgoglio – tra virgolette. Non è un orgoglio cattivo, è un orgoglio buono, che deve farci rialzare la testa rispetto alle nostre difficoltà, rispetto alle cose che ci abbattono. Deve darci una potente autostima.
Il cristiano deve avere una potente autostima, tutta radicata in questo momento primigenio: quando Dio ci ha adottati come figli, quando siamo rinati per la fede in Gesù Cristo. Io ho creduto in Te, Gesù, e questo mi ha reso figlio.
In realtà, neanche noi stessi abbiamo fatto l’atto di fede: sono stati i nostri genitori a farlo. Ma vale lo stesso. In nome di quell’atto di fede fatto per procura, siamo diventati figli di Dio, anche se poi dobbiamo vivere da figli.
Su questo filo si snoda tutta la nostra vita: siamo figli, dobbiamo vivere da figli. Siamo già figli, ma dobbiamo vivere da quello che siamo. Non vivere come schiavi, perché siamo figli. Anche se la nostra filiazione non dipende da come viviamo: siamo figli. Possiamo essere figli felici o figli reietti e dimentichi del loro padre, ma figli restiamo. Il battesimo non viene cancellato da niente.
Tempo fa vidi una serie, diciamo proprio – come dice un mio amico – “da cervello sul comodino”, una serie che si chiamava Treadstone. Non so se qualcuno la conosce: una serie della CIA, con una storia un po’ campata per aria, in cui c’era in pratica una missione di uno di questi programmi super segreti della CIA che addestrava gli agenti a uccidere in maniera efficace… cioè, a essere delle macchine da guerra incredibili, imbattibili su tutto il fronte.
Non solo: utilizzava l’inconscio, per cui la gente era programmata per fare questo, ma era dormiente. Quindi, a un certo punto, questo programma – per capire quanto è imbarazzante, diciamo, la sceneggiatura odierna – ogni tanto mandavano a questi agenti una specie di cerca-persone che faceva una musichetta, e la musichetta “triggerava” il programma del super-agente, con la missione di andare a uccidere non so chi.
Per cui tu segui queste “cicale” – si chiamavano cicale – che stavano sparpagliate in tutto il mondo, con una vita normalissima, ma un giorno sentono la musichetta e si ricordano che sono agenti della CIA addestrati a uccidere, e partono per la loro missione, senza guardare in faccia a nessuno.
Allora, questa serie così – un po’ strana – mi ha ispirato il pensiero del nostro battesimo. Direi del nostro, ma anche di quello di tantissime persone. Cioè, noi dobbiamo renderci conto che nel mondo ci sono dei santi dormienti, che aspettano solo che qualcuno gli faccia una musichetta che “triggera” il battesimo e gli fa scoprire che loro sono santi in potenza.
E a volte la nostra missione è questa: ricordare alla gente e dire: “Ma tu ti ricordi che sei battezzato? Ma il tuo battesimo a che punto è? L’hai dimenticato? È solo una convenzione sociale?”.
Per alcuni il battesimo forse è solo una convenzione sociale. Magari alcuni non battezzano i figli, o non hanno nessuna fretta: “Vabbè, sì, vediamo…”. C’è un evento carino per tutta la famiglia, per i nonni, i bisnonni. Ma non si rendono conto che in quel momento stanno realizzando in questo bimbo un’iniziazione: lo hanno messo dentro la Chiesa, lo hanno messo nella filiazione divina, gli hanno dato lo stesso dono della fede, della speranza e della carità.
In alcuni luoghi d’Italia, concretamente in Toscana, in alcuni luoghi della campagna toscana – probabilmente è una tradizione contadina diffusa anche altrove – quando nasce un bambino si pianta un albero. Io una volta andai a pranzo a casa di una famiglia toscana nella campagna del Mugello, e a un certo punto mi dissero: “Guarda quest’albero: questo è stato piantato quando è nato nostro figlio”, che aveva quindici anni. Era già un albero abbastanza grande.
Così noi facciamo il paragone tra come cresce il figlio e come cresce l’albero, e ci aiuta a pensare alla vita come a un albero, come a un tronco che affonda nel terreno con le radici e che sviluppa dei rami, che fanno le foglie e poi i frutti.
La fede ci radica nel terreno, nel Credo. Poi però produce rami, foglie e frutti di carità. E io come sono messo, Signore? Sono radicato nella mia fede?
Dobbiamo radicarci nella nostra fede, come recito il Credo la domenica:
“Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra e di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli… Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e si è incarnato nel seno della Vergine Maria… Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita”.
Quanta radice c’è nella nostra fede?
A volte basterebbe solo il Credo per fare un corso di ritiro spirituale.
Eppure questo Credo, che è radice e che è tronco, poi deve dare rami, fiori e frutti: buone opere. A volte c’è il peccato di chi è molto radicato nel terreno con la sua fede, ma non dà frutti di buone opere, non dà frutti di carità. O il peccato di chi si spende e si spande in buone opere, ma non ha una radice: fa le cose perché è una persona di buona volontà, ma non perché Dio ha acceso in lui una vita nuova, che è il battesimo.
“Mediante il battesimo – scrive un documento del Concilio Vaticano II – gli uomini vengono inseriti nel mistero pasquale di Cristo. Con Lui morti, sepolti e risuscitati, ricevono lo Spirito dei figli adottivi che ci fa esclamare: Abbà, Padre. E diventano quei veri adoratori che il Padre ricerca”.
Ecco, questa è la dignità di figli di Dio che il battesimo ci ha dato, immergendoci nella passione, morte e risurrezione di Cristo, e che deve diventare per noi veramente allegria, allegria quotidiana.
Il cristiano si deve distinguere per un senso di gioia, per un senso di pace, per un senso di grandissima serenità: filiazione divina.
E poi c’è il secondo punto, che potremmo definire “anima sacerdotale”. Cioè, noi, in quanto battezzati, siamo sacerdoti. Dice San Pietro, in una sua lettera: “Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è scelto per annunciare le sue grandi opere”.
Noi siamo sacerdozio regale.
E a volte uno dice: “Vabbè, ok, il sacerdozio ce l’hai tu: certo, hai la veste talare, puoi celebrare la Messa, puoi confessare”. Sì, ma questo è il sacerdozio ministeriale. Poi ogni battezzato ha il sacerdozio comune, che è la capacità di rendere culto a Dio, di farci mediatori tra la terra e il cielo, di offrire al Signore il mondo, la vita, il lavoro.
E questo lo vediamo nella nostra vita ordinaria, soprattutto quando lavoriamo, quando facciamo qualcosa. C’è quel punto di San Josemaría che a me piace molto. L’ho citato, lo cito spesso, non mi ricordo se l’ho citato anche in qualche meditazione fa; comunque, se l’ho già citato, mi perdonerete e vi servirà per ricordarlo.
Racconta di uno che gli scrive, e San Josemaría risponde: “Mi scrivi dalla cucina, accanto al focolare. Sta scendendo la sera, fa freddo. Accanto a te c’è la tua sorellina, l’ultima che ha scoperto la pazzia divina di vivere fino in fondo la propria vocazione cristiana. Sta sbucciando patate. Apparentemente, pensi, il suo lavoro è uguale a prima”.
E invece c’è tanta differenza. È vero: prima sbucciava patate soltanto; adesso si sta santificando sbucciando patate. Perché quando noi facciamo qualsiasi cosa, poiché siamo battezzati, questo qualcosa diventa divino.
Siamo sacerdoti. Siamo “re Mida”, diceva San Josemaría, usando questo mito in un senso diverso da quello originario. In realtà re Mida è un avido terribile, che voleva che tutto quello che toccava si trasformasse in oro, e finisce per morire di fame perché tutto quello che tocca diventa oro, quindi immangiabile. È una storia tragica.
Ma nella mente di San Josemaría è diversa: tutto quello che tu tocchi, siccome sei figlio di Dio, siccome sei battezzato, diventa Opus Dei, lavoro di Dio, anche se ti occupi di pulire i gabinetti. Mestiere dignitosissimo, peraltro, anche se uno potrebbe dire: “Vabbè, è un mestiere molto semplice”.
Se tu ti occupi di pulire i gabinetti, tutto quello che fai diventa Opus Dei, diventa santificazione, diventa offerta del mondo a Dio. Tu sei come un sacerdote che celebra la Messa. Quando scrivi una mail, quando parli con un cliente, quando parli con un paziente se sei medico, con un alunno se sei insegnante, quando ti fai il letto, quando prendi l’autobus, tu stai portando il mondo a Dio.
Sei sacerdote.
Offri a Dio, in culto, quello che tocchi, quello che vivi. Che meraviglia questa missione!
Filiazione, sacerdozio e poi chiamata universale alla santità.
Forse l’esempio della CIA ci può ricordare un po’ questo aspetto, ma vi farò un altro esempio, ancora più profano: quello dei Blues Brothers. Immagino – spero – che li abbiate visti, perché fanno parte della grande cultura di fondo del nostro tempo.
I Blues Brothers sono due un po’ scappati di casa, due orfani, che però a un certo punto cominciano una missione “per conto di Dio”. E possono tentare tutto, fare di tutto, veramente di tutto, perché sono certi di essere in missione per conto di Dio.
Possono parlare alla gente con una forza e una parresia incredibili. Vanno dal loro vecchio compagno della band, che è diventato cameriere, e gli smontano il ristorante finché lui non accetta di cantare con loro. Ma perché possono fare questo?
Perché c’è stata una suora.
La suora del loro orfanotrofio, che gli ha dato questa missione, che loro chiamano “la Pinguina”. Personaggio grottesco, con quella famosa scena in cui la Pinguina, dall’alto di una scala, gli dice: “Andate e tornate con 5.000 dollari per il nostro orfanotrofio, sennò scade l’ipoteca”.
Morale della favola, applicata al nostro battesimo – che vale per noi e per tutti quelli ai quali possiamo parlare –: noi siamo battezzati e per questo abbiamo una missione su questa terra. Nella storia abbiamo una missione: portare agli uomini il Vangelo. E non solo, ma portarci a casa la gente.
“Andate e fate discepoli tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e insegnando loro a compiere tutto quello che vi ho comandato”.
Fate discepoli.
Vuol dire che noi dobbiamo “affiliare” la gente – parola forse pericolosa – ma è proprio quello che facciamo. Il cristiano non dice al mondo solo: “Gesù è risorto, volevo dirtelo”. No. Dice: “Gesù è risorto, unisciti a noi. Gesù è risorto, vieni che cambiamo il mondo. Siamo la Chiesa”.
Perché questo sia possibile, deve esserci una Pinguina che ci prende e ci dice: “Tu sei stato battezzato. Tu devi fare questo. Tu hai questa missione. La Chiesa ha bisogno che tu faccia questo”.
A volte succede proprio così: ti chiama il tuo parroco e ti dice: “Guarda, ho bisogno di 10.000 euro entro due settimane per dei lavori in chiesa. Te ne puoi occupare tu?”. Certo, noi non siamo al servizio del parroco, ma a volte quello che succede è che nella Chiesa uno trova qualcuno che, con onestà e con ispirazione – possibilmente dello Spirito – ti dà una missione, un incarico.
Ti dice: “Senti, abbiamo bisogno di questo. Puoi pensarci tu? In quel posto ci sei tu. Sei tu il Cristo in quell’azienda, Cristo in quella scuola, Cristo in quell’università. Cristo in quel luogo sei tu. Quindi fa’ qualcosa”.
Allora, Signore, Ti chiediamo adesso, in conclusione di questa meditazione: manda una Pinguina a ciascuno di noi. Cioè, mandaci qualcuno che ci dica che cosa possiamo fare, che cosa dobbiamo fare.
È un dono di Dio avere qualcuno che ci aiuta a concretizzare la nostra vocazione battesimale in atti concreti, in mete concrete, in obiettivi concreti. Perché questo trasforma il nostro battesimo in uno spirito di missionarietà forte, non soltanto in un “che bello, anch’io ho il certificato di battesimo, quindi sono cattolico, che bello, vado a Messa”.
No. C’è qualcosa da fare.
Siamo combattenti, in senso buono. Combattenti di una guerra di pace, di amore, di fraternità, di perdono. Non di una guerra guerrafondaia né fanatica.
Chiediamo a Maria che ci aiuti a scoprire questo, a riscoprire la nostra vocazione battesimale, la nostra figliolanza divina, il nostro sacerdozio comune e la nostra missione. Che sia la Madonna ad aiutarci a trasformare ogni giorno il nostro battesimo in qualcosa di veramente appassionante, qualcosa che trasformi noi e il mondo intorno a noi.